A scuola di carità

Pure io, ammetto, ero una di quelle persone che ignorava l'esistenza di una giornata della colletta alimentare, non per indifferenza, semplicemente perché vivevo la povertà come una cosa lontana, una cosa d'altri mondi, d'altri tempi, di altre realtà.

Una povertà come quella che ci viene sbattuta in faccia durante gli spot pubblicitari dell'8X1000, di quei bambini che, solo vedendoli, ci fanno rincrescere di avere il piatto colmo.

Solo una volta potei toccare con mano ciò che realmente è la povertà, a Cuba quando vidi una bambina versare lacrime di gioia per un pennarello che le era appena stato regalato.

Cosa che mi fece apprezzare ancor di più ciò che avevo e che, forse, davo troppo per scontato.

È stato Sabato 30 Novembre (giornata della colletta alimentare) che mi si ripresentò quell'emozione, quel brividino lungo la schiena che ti conferma di stare facendo la cosa giusta.

Devo ammettere però che quando ci proposero di andare a fare il banco alimentare non colsi subito ciò che mi veniva offerto, la presi come un'ora da passare fuori da scuola, per fuggire un po' da quelle mura che giorno dopo giorno sembrano farsi sempre più strette. Solo dopo capii che la proposta in sé e per sé non era nulla, ma la possibilità che dava era enorme.

Poter trasformare la solita routine giornaliera in qualcosa di eccezionale è una possibilità enorme.

Quando riuscii a capire questo, riuscii pure a godermi quel poco tempo senza tentennamenti, senza paure e con una gran voglia di mettermi in gioco.

Appena arrivammo davanti al Sigma un volontario della Caritas ci fece una breve introduzione di ciò che avremmo dovuto fare, poi spartì i compiti: qualcuno all'entrata, a distribuire le borsine, qualcun'altro a raccoglierle e via dicendo.

All'inizio, ammetto, ebbi un po' di timore, timore che qualcuno rifiutasse di donare, o rispondesse in modo poco garbato; mi stupii invece di quanta gente accettava la borsina con un sorriso, quasi a dire: “Far bene agli altri fa stare bene anche me”.

Forse è questa la cosa più bella che ho portato a casa quel giorno, perché il vero problema non è aiutare il prossimo, quello lo sappiamo fare tutti e più o meno lo facciamo, la cosa eccezionale è sentirsi appagati facendo del bene, non a noi stessi, ma agli altri.

Questo è ciò che fanno ogni giorno tutti i volontari delle varie associazioni di volontariato che mirano ad aiutare i meno fortunati, che pur non essendo stipendiati trovano altro di cui arricchirsi, non materialmente ma spiritualmente.

Per questo credo che tutti quel giorno siamo diventati un po' più ricchi, solo per aver passato una borsina ad uno sconosciuto, solo per aver superato quell'ostacolo, quel muro di paure e angosce che ci impediva di vedere le gioie che stanno al di là di esso.

Solo per aver sentito quel brividino lungo la schiena, che ancora una volta ci ha confermato di stare facendo la cosa giusta.

Un alunno dell’istituto Cattaneo di Castelnuovo